Sulla macchina del tempo dalla pineta del Vate alla sirena di Giulianova


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di LINO MANOCCHIA

ll giornalista giuliese-americano rispolvera per il nostro sito un articolo di qualche decennio fa,  una fotografia “viaggiante” in bianco e nero della costa da Pescara a Giulianova.

Scendendo giù dai colli verdeggianti, sino alla moderna città, l’itinerario preferito dal turista è seguire il corso del Pescara che il poeta dei luoghi ha femminilizzato con l’immancabile spirito riformista. Lungo il placido corso  qualche piccolo capanno e un “saliscendi”, avanzi  Michettiani e, perché no?, dei greggi alla pastura. Poi, più in basso, esso si snoda viscido e noioso come una biscia e tutt’intorno reca ancora le tracce della guerra, vive, silenti, sulla terra nuda. Ecco le prime case dei sobborghi. Si specchiano nell’acqua limacciosa che le scuotono, le tagliano, che sembrano fanciulle sul verone d’un laghetto in subbuglio.

Poi la città del “Parrozzo” e dell’Aurum. Case moderne, palazzo e palazzetti, strade ampie, asfaltate e per ovunque la rovina a soppiatto fra i tronconi degli stabili storpiati. Ecco l’ampio viale della corsa automobilistica; quella che si chiamava Coppa Acerbo e che non ha cambiato il nome perché s’è esaurita. Ma i pescaresi ci  tengono a che essa ritorni rimbombante al pulsar dei motori. Ci tengono e capiscono che ad essa molto si deve dei progressi fatti  dalla città. Pescara viveva in questi giorni una vita di Harlem europea, piena di traffico e frastuono, ed ora bisogna che si ripeta…

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Il lungomare Matteotti di Pescara negli anni ’60 (www.fotografieitalia.it)

Venendo giù’’ dal corso della Libertà sino alla spiaggia si incontrano decine di locali sorti alla moda. C’è vita qui a Pescara, spensierata, giuliva e un po’ burlesca come se la guerra coi suoi lutti si fosse avvicinata alle porte senza varcarle. Ed invece qui la guerra c’è ben stata. Ha frugato tra i cumuli capaci del caseggiato, ha picchiato dovunque con i suoi tonfi lugubri e tristi. Ma finché c’è la vita e le orchestrine dei ritrovi più in voga disnoccolano ritmi e melodie  da ballare saltando “l’amor non si affiacchisce”.

E il mare, e la pineta di don Gabriele, in cui il Vate rincorreva  come ossessionato la sua musa fraschetta e un po’ bizzarra. Sotto  questi suoi pini la Pescara maturò il suo figlio più capace e pur più strano, di qui sotto sgorgarono a catena le novelle più fresche e le più belle di Gabriele D’Annunzio. La spiaggia di  Pescara: tante cabine, stabilimenti con a lato la foce del suo fiume ed il porto  provato dalle bombe. Si riempie dall’alba di bagnanti di ambo i sessi, tutti indaffarati  a brunirsi le cuoia sotto il caldo bacio del sole che s’è socializzato, dandosi un po’ a tutti.

Ma ora lasciamo il gran poeta insieme alla Pescara poiché la verde-oliva Lancia di Pierino De Felice ci porta lungo il nastro stradale col suo pulsare rabbioso, come un cuore colto da stizza..

Montesilvano ci accoglie dolorante con le ferrite e appena di lontano appare Scerni. E’ messa lì, borgata di marina, quasi a far punto sulla strada asfaltata, e sembra un bel balocco di ceramica in riva al mare.

Ecco Silvi: tre pini in riva al mare, un ciuffo di malerbe imbronciato alla sabbia dunosa e la pace d’attorno che è diffusa nell’alito di zeffiro.

E  poi Pineto ci rotola d’incontro, sgranata sul bel nastro dell’asfalto come un rosario. L’annuncia una staffetta un po’ antiquate, la Torre di Cerrano. La ferrovia gli passa d’accanto scuotendogli le antiche fondamenta.

Una bionda damigella con le trecce cadenti sino alla terra ci sorride scandendo un bel saluto: “Benvenuto a Pineto, la Torre di Cerrano ti saluta”.

Qualche chilometro ancora ed ecco la  Rosburgo dei suoi duchi, oggi Roseto. Simpatica, pittoresca, agghindata come per festa. Villette tutte nitide e pulite, verande di glicini fioriti e sul mare la dolce euritmia della lirica bella.

A sera è mirabile la lega che associa insieme  i bagnanti e i locali. E’ un tacito accordo che regna a Roseto, Rosburgo dei fiori.

Ecco  il lento, secco Tordino, che apre la porta della Giulianova estiva. Qui, si narra, come una bella sirena, principessa di regge marine, stanca alfine di cantare, si posasse giù sulla riva, distendendo le sue belle membra al sole di agosto. Il suo corpo si sciolse in colori, in profumi ed in luci smaglianti, e fu lì che in corsa pazzesca  rotolarono le rosee  casupole della Giulianova ed il suo secolare Belvedere che osserva orgogliosamente il progresso sulla sponda dell’Adriatico.

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Giulianova anni ’30: Piazza della Libertà, ex Piazza Vittorio Emanuele, con il Belvedere (www.giulianovaweb.it)

Poi, narra la storia, dal mare, un corteo di bei pesci, rivestiti delle redingote, si recò sulla spiaggia dorata a portare l’estremo saluto alla bella dormiente.

Ed ogni anno, da giugno a settembre, una schiera di dolci sirene e di bruno-bianchi pinguini, è tornata a portare l’omaggio delle stelle di mare alla principessina. Sin dall’alba al tramonto  rossastro, le fanciulle brunite intrecciano ghirlande di boccioli belli, e i  ragazzi, gli eterni bambini di tutte le estati, costruiscono tanti castelli di sabbia inzuppata, ove chiudono i bei sogni  dell’infanzia dorata: come il  castello di Celano, come la torre di Acquaviva.

Poi un calcio, e via tutto da capo.