Si sono concluse a Lanciano, nella sala Giuseppe Mazzini, le due giornate che la locale associazione culturale Profumo d’Oriente ha pensato di dedicare ad un argomento di grande attualità L’Islam e la condizione femminile nel XXI secolo.
L’associazione, fondata nel 2012 da Monica La Morgia (nella foto) e Concetta D’Amario, rispettivamente presidente e vice presidente, è impegnata in una serie di progetti volti alla promozione e alla diffusione della cultura araba in tutte le sue sfaccettature, in particolare dei paesi del Maghreb e del Medio Oriente.
Tante le attività organizzate: corsi di formazione, viaggi, incontri, dibattiti, seminari e mostre, “tutte – sottolineano entrambe – con un unico scopo: invitare a riflettere e a combattere le sfide contro la discriminazione razziale e culturale, creando un ponte solidale, multiculturale, interculturale, democratico, aumentando l’importanza della diversità come opportunità di conoscenza e apprendimento continuo”.
Azzeccatissima la pellicola scelta per animare il dibattito nell’incontro con le classi della scuola media lancianese Giuseppe Mazzini La bicicletta verde di Haifa Al Mansour, prima regista dell’Arabia Saudita. Una storia che fornisce uno spaccato interessante su uno dei paesi islamici socialmente più progrediti, l’Arabia Saudita appunto, ma tra i più chiusi e rigidi nell’applicazione della religione di Stato e nella gestione del dissenso in tutte le sue forme.
“La condizione delle donne – ci racconta Monica – lì è particolarmente pesante, sono relegate in casa a ruoli domestici, non hanno la possibiltà di uscire, se non nei limiti imposti dagli uomini, in nome di un giustificativo islamico interpretato pro domo sua. Il film, come accade per tutte le manifestazioni artistiche che sfidano i regimi locali, facendo attenzione a non suscitare eccessive reazioni, è ricco di simbolismi e di ‘veli’. La protagonista è una bambina che desidera una bicicletta verde, oggetto per tradizione esclusivamente maschile, per essere finalmente libera di muoversi autonomamente. Tutta la vicenda si svolge tra donne, ciascuna con un ruolo significativo: l’autorità istituzionale cui è demandata la prima formazione religiosa nella figura dell’inflessibile direttrice scolastica, che cammina su due visibili ‘tacchi di ipocrisia’, l’autorità familiare con una madre divisa tra l’imposizione religiosa e l’amore materno. Le compagne della scuola coranica, anch’esse toccate dalla tentazione non hanno il coraggio di lottare. In Arabia Saudita non è arrivata la primavera araba ma si colgono i segnali di una timida opposizione e l’arte, nel caso specifico la cinematografia, diventa uno strumento per svelare, in modo efficace ma forse meno compromettente, la situazione della donna in un sistema teo-politico fondamentalista. Al Mansour si è avvalsa di un produttore americano per la realizzazione del film e ha dovuto adottare abili espedienti ‘cautelari’, la sua commedia in forma leggera e serena diventa così un prezioso spunto di approfondimento e riflessione, non è un caso che per i temi trattati e le modalità con le quali vengono affrontati il suo lavoro sia stato patrocinato da Amnesty Italia”.
Il ruolo della donna nell’ Islam è un argomento al centro di dibattiti accesi e giudizi contrastanti. Qual’ è l’immagine di donna che emerge realmente dal Corano? Quali sono il ruolo e la dignità della donna di fatto nell’Islam? “E’ difficile rispondere in modo univoco, impossibile generalizzare – sottolineano le fondatrici di Profumo d’Oriente – molto dipende dai paesi che di volta in volta si prendono in considerazione e all’interno degli stessi paesi dalle zone di riferimento, geograficamente sono infatti interessate aree vastissime, tra di loro anche molto distanti, e poi chiaramente dalle storie personali, dagli ambienti sociali e culturali in cui le donne sono nate e cresciute. Per la legge islamica la donna è ontologicamente uguale all’uomo, ha gli stessi doveri, non c’ è alcuna discriminazione nella vita eterna che l’attende dopo la morte, si legge infatti nel Corano alla Sura 33: ‘I musulmani e le musulmane… i credenti e le credenti.. Dio ha riservato loro perdono ed una ricompensa magnifica’. L’obbligo di indossare il burqa completo appare conseguenza di tradizioni locali indipendenti dalle prescrizioni religiose dell’Islam, nelle norme coraniche ci si limita alla obbligatorietà del solo velo, si legge alla Sura 24: ‘E dì alle credenti di abbassare il loro sguardo… di lasciar scendere il loro velo fin sul petto e non mostrare i loro ornamenti ad altri che ai loro mariti’. In alcuni stati le donne hanno ormai ottenuto privilegi prima riservati solo agli uomini, in quelli più tradizionalisti che mirano a una reintroduzione piena della Sharia, dove le norme del Corano sono interpretate ed applicate in maniera più rigida ed estrema, le donne non vivono una situazione egualitaria”.
Illuminante a questo proposito la riflessione di Dounia Ettaib, la vice presidente di Acmid, l’Associazione delle donne marocchine in Italia, con chiarezza ha affermato: “Non c’è da fare troppa teoria: il vero problema delle donne musulmane è il fondamentalismo. La condizione della donna non è determinata dal Corano ma dalle assurde interpretazioni che ne fanno certi uomini. La religione non è un ostacolo alla civiltà, soltanto l’integralismo fanatico lo è”.
Una conferma a questo ci viene anche dalla testimonianza diretta di una giovane donna tunisina, raggiunta per raccogliere un punto di vista interno sull’argomento. Karima nasce in Francia da una famiglia di immigrati tunisini perfettamente integrati, con le sue sorelle segue un percorso di studi tradizionale, non frequenta una scuola religiosa e ci dice di non avere mai indossato il velo. Karima compie autonomamente tutte le proprie scelte, si innamora di un italiano che diventa il suo compagno e si trasferisce in Italia, una decisione che le costerà cara, da quel giorno la madre non vorrà più rivolgerle la parola. Oggi vive nella provincia di Chieti, nella zona frentana, ci racconta di una Francia molto più pronta ad accogliere gli immigrati e di una realtà italiana di provincia dove spesso stereotipi e pregiudizi la fanno da padroni. Ci conferma che non si può generalizzare, la sua è una delle possibili storie come ce ne sono tante altre, simili o diverse, un incontro tra culture può esserci solo se ci si avvicina con la mente sgombra da giudizi precostituiti.




