Una chiesa aquilana gremita per l’addio alle vittime del 118


La folla ai funerali dei soccorritori del 118

“In questi giorni difficili Dio parla abruzzese”. E’ stato l’arcivescovo dell’Aquila, Monsignor Giuseppe Petrocchi a pronunciare questa frase durante l’omelia ai funerali di stato delle vittime dell’incidente dell’elicottero del 118 avvenuto a Campo Felice il 24 gennaio scorso.

Parole che per un po’ hanno alleviato le sofferenze, le paure, le ansie e le incertezze di questi giorni difficilissimi per la nostra terra. In un momento così doloroso, in una chiesa aquilana di quelle provvisorie post sisma 2009, migliaia di persone partecipavano ad un lutto collettivo che era anche quello delle vittime della valanga all’hotel Rigopiano, delle vittime del terremoto e del maltempo di questi giorni, e di tutte le morti che dal 2009 il centro Italia piange a causa dei tanti eventi sismici che sembrano non voler finire mai; un dolore immenso che attraversava tutti e  che sembrava impossibile da sopportare. Eppure quelle esequie, le parole dell’alto prelato e il suo bacio alle bare al termine delle celebrazioni, le parole composte di familiari ed amici sono state per tutti noi abruzzesi un modo per guardare avanti, per far fronte ancora una volta alle avversità, ad un periodo drammatico e destabilizzante che sembra non finire mai. All’Aquila dove proprio il giorno della camera ardente si è acuita la psicosi terremoto, con la chiusura delle scuole fino a domani, con le verifiche e le riaperture delle aree di accoglienza, quei funerali sono stati una sorta di catarsi collettiva, l’omaggio a uomini coraggiosi, in qualche modo ha ridato coraggio e ha fatto rialzare la testa e dire ancora una volta ‘jemo ‘nanzi.

La funzione all'Aquila
La funzione all’Aquila

Certo non è facile la vita in questa terra, certo la paura è ormai un sentimento con cui facciamo i conti ogni secondo della nostra esistenza, certo le nuove sequenze di scosse telluriche che, dal 18 gennaio scorso si susseguono senza sosta, hanno fatto ripiombare la città e la popolazione in una sorta di limbo in cui le esistenze di ognuno di noi sembrano sospese in attesa di chissà quale ulteriore tragedia. Una situazione su cui pesano gli allarmi e poi i dietro front della commissione grandi rischi, le inefficienze della pubblica amministrazione e più in generale la poca fiducia che si ripone nelle istituzioni e nei suoi uomini. Sabato scorso, però, quelle bare, tutto quell’immenso dolore ci hanno fatto capire che oggi più che mai c’è bisogno di “attivare centrali di solidarietà convergente, capaci di fornire energia creativa alle iniziative mirate a ricostruire, in forma integrale e integrata, il tessuto spirituale, architettonico, sociale ed economico delle zone colpite dalle furia dei fenomeni naturali”, è di nuovo Monsignor Petrocchi che torna a spronare tutti noi affinché ognuno per la propria parte si possa ricominciare a sperare e a guardare avanti con fiducia. Noi aquilani lo dobbiamo a 309 anime e oggi, anche ai sei uomini morti lo scorso 24 gennaio.