“L’evento decisivo di cui scontiamo ancora oggi le conseguenze è stato l’allontanamento dalle immediate vicinanze de L’Aquila come degli altri centri colpiti dal terremoto, di tutta la popolazione. Questa decisione ha pregiudicato tutto quello che è successo dopo”. E’ duro e amaro il commento del professor Raffaele Colapietra memoria storica del territorio aquilano e non solo, ma soprattutto un baluardo che in questi sei anni si è allontano solo per necessità da L’Aquila e dalla sua casa, a lui chiediamo un bilancio di questo tempo post sisma e la prima cosa è proprio la stigmatizzazione della diaspora.
“Il fatto di aver disperso per mesi e anni la popolazione – continua Colapietra – ha determinato un’assoluta mancanza di comunicazione e di scambio tra la comunità, il fatto di starci avrebbe facilitato l’incontro, il ritrovare punti di riferimento e di raccordo. Insomma non ci sarebbe stata questa disgregazione sociale che non si potrà ricucire solo con il restauro dei palazzi e dei luoghi della città”.
Dunque un danno irreparabile che non potrà essere recuperato solo restituendo alla città e ai suoi abitanti i palazzi e l’immagine di un centro storico che prende le mosse dagli spazi pubblici e dai luoghi urbani. “La cosa grave è che si è persa la quotidianità a L’Aquila – continua Raffaele Colapietra – il recupero del singolo palazzo se pur necessario ha solo un carattere antiquario, perché non c’è di pari passo un recupero urbano e sociale della città. Girando per la città nei vicoli non si sentono più i rumori e le voci degli abitanti, dei televisori accesi, dei genitori che portano i figli a scuola, delle chiacchiere tra vicini, non si vedono più le persone affacciate alle finestre, questo è un dato di fatto a cui si aggiunge quello di chi volontariamente sceglie di non tornare a vivere nella casa che prima del sisma era la priorità, molti dei palazzi appena restaurati – aggiunge Colapietra – sono chiusi e vuoti perché tantissimi cittadini in questi sei anni hanno fatto scelte diverse, magari i figli sono cresciuti in altri luoghi e non hanno più l’esigenza di tornare a vivere qui, c’è anche un fatto di speculazione di poter trarre profitto da questa situazione. Ma la cosa che stupisce è che a fronte di un fenomeno che nasce dalla assoluta mancanza di comunità c’è il proliferare di migliaia e migliaia di locandine e manifesti per le vie della città che annunciano le più svariate e impensabili attività di questo mondo. Ora rispetto a questa vita esteriore fine a se stessa la vita quotidiana che inizia alle otto uscendo di casa non c’ è più, c’è solo questa immagine impressionante, verso mezzogiorno o l’una, degli operai in pausa pranzo per le vie e non si vede un cittadino intendo in un’ occupazione quotidiana”.
Un copione che si ripete, per il professor Colapietra, ancora più grave nei centri minori negli altri 56 comuni colpiti dal terremoto del 2009 e che al terminare del XIII secolo furono quei castelli che contribuirono a fondare la città nova: L’Aquila.
“La situazione nel territorio del cratere è veramente drammatica – conclude Colapietra – ed è anche peggiore de L’Aquila perché i centri minori, che già erano abbandonati prima del sisma, ora sono praticamente scomparsi, facendo scomparire così anche il significato di una città territorio che è sempre vissuta, ma non negli ultimi decenni, dialogando con il territorio e sena mai recidere il legame con i castelli fondatori”.




