Auschwitz scivola sull’Olocausto


auschwitz

Uno scivolone che offusca quello che pure era sembrato enorme, grande almeno quanto un campo di… calcio? No, di concentramento.

Auschwitz, nella fattispecie, quell’ameno luogo di sterminio davanti al quale la direzione di quella che oggi è una struttura museale ha posizionato delle docce a mo’ di so­sta refrigerante, per nebulizzare acqua sui tanti visitatori che affollano l’in­gres­so.

“Fa caldo, volevamo fare cosa gradita senza offendere nessuno” è la giustificazione addotta, che però non ha zittito la polemiche. Le docce sono state ritenute inopportune perché evocano quelle che spruzzavano il mortale gas Ziklon B sugli ignari deportati, convinti di potersi finalmente lavare dopo un lungo viaggio.

Ne hanno parlato tutti i giornali proprio come nel 2006, quando, nello stesso periodo, balzò agli onori della cronaca l’allora presidente della provincia di Chieti Tommaso Coletti, reo di aver utilizzato “Il lavoro rende liberi” come slogan per i depliant che illustravano l’attività dei Centri per l’impiego. Colet­ti si giustificò asserendo di non ricordare dove aveva letto la frase, ma che gli era rimasta impressa come una di quelle citazioni che “ti fulminano all’istante”.

Una giustificazione che, per la discutibile scelta del verbo, finì per aggiungere danno al danno e bollare Co­letti come smemorato storico, alla faccia del Giorno della Memoria.

auschwitz doccia refrigeranti

“Il lavoro rende liberi”, in tedesco “Arbeit macht frei”, come tutti sanno – e da allora lo sa anche Co­letti – era scritto sul cancello d’in­gres­so del campo di sterminio nazista di Ausch­witz, proprio dove oggi la direzione museale ha posizionato le docce rinfrescanti. Sembra un pesce d’aprile, ma siamo in estate e questa è la realtà, quella che ancora una volta è riuscita a superare la fantasia, pure quella di Coletti e dei suoi collaboratori. Del re­sto, sul tema dell’olocausto, quella dell’ex presidente non è stata l’unica polemica di­vampata in Abruz­zo.

Nel 2007 circa 800 storici, do­centi universitari e giornalisti inviarono una lettera al Magnifico Ret­tore dell’università di Tera­mo, Mau­ro Mattioli, al preside della facoltà di Scien­ze Politiche, Adolfo Pepe, e ai principali organi di in­formazione nazionali per protestare contro l’annun­ciata lectio magistralis del noto negazionista francese Robert Faurisson, nell’ambito del master “Enrico Mattei in Medio Oriente” coordinato dal professor Claudio Mof­fa. Il master, nato ufficialmente con l’ obiettivo di “fornire una coscienza multidisciplinare della complessità della re­gione me­dio-orientale e me­diterra­nea e dei sui conflitti, al fine di preservare, potenziare e sviluppare il dialogo fra paesi diversi”, secondo i sottoscrittori dell’indignata missiva era di­ventato “una tribuna per spacciare come legittima critica alla politica dello Stato di Israele la negazione della Shoah”.

E il pensiero torna di nuo­vo ad Auschwitz, quella di ieri e quella di oggi. “Le parole hanno un significato in senso assoluto e non in relazione a chi le adopera”, aveva precisato Tommaso Coletti a proposito di quella frase improvvida. Anche le docce, evidentemente.


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