“Aliqual”: dentro L’Aquila


Aliqual di Mas­simo Mastro­rillo

Fino al 25 ottobre la città de L’Aquila si illumina “di nuovo” attraverso l’inizia­tiva Re_Place, il collettivo I­l­lumin-azione dissemina le strade del centro storico di installazione di luce ab­ba­glianti.

A Milano in questi giorni e fino al 31 ottobre un altro interruttore accende le luci sulla città e sui segni la­sciati dal terremoto del 2009: in mostra presso la galleria Lei­­ca il racconto fotografico Aliqual di Mas­simo Mastro­rillo. Lo abbiamo raggiunto e ci siamo fatti raccontare il progetto e il suo senso.

Da più di 20 anni ti occupi di fotografia documentaria, quale è per te il plus di questo tipo di fotografia, perché ti è più congeniale/vicina?

“Walker Evans avrebbe risposto che era il tipo di fo­to­grafia che più si avvicinava al suo modo di raccontare. La penso nello stesso mo­­do. Oggi che ci stiamo liberando di una certa ortodossia propria del linguaggio foto-giornalistico più classico e si preferisce parlare di ‘fotografia documentaria’ le differenze tra gli sti­li sono me­no delineate. C’è più spazio per le contaminazioni, per adattare for­me di­verse a contenuti dif­fe­renti. Esat­tamente co­me nel­la letteratura, le fotografie possono essere usate co­me parole”.

Come nasce il progetto Aliqual? C’è un tuo lavoro precedente sempre su L’A­quila che è Tempo­ra­ry? Landascapes, come so­no le­gati tra di loro, se lo so­no?

“Temporary? Landsca­pes rappresenta la prima parte del progetto. Lontano dal delirio mediatico ho vo­luto lavorare sui mutamenti/non mutamenti del paesaggio aquilano ferito dal terremoto. Consapevole del forte legame che lo le­ga agli a­quilani, ero sconcertato da quanto questo aspetto fosse stato dimenticato dai politici. Nel 2011 L’Aquila si è tra­sformata in un grande spazio espositivo a cielo aperto. Gli abitanti in oc­ca­sione del se­condo anniversario del terremoto mi han­no aiutato ad affiggere circa 200 ma­nifesti con le mie immagini per le vie del­la cit­tà. È sta­to il mio modo per renderli partecipi in un progetto che non ha mai contemplato la presenza di persone nelle immagini, per far par­lare di fotografia i non addetti ai lavori, per consentire loro di rivedere luoghi che si trovavano all’ epoca in zone interdette al pubblico, per restituire un po’ di quello che avevo por­tato via come fo­tografo. Pro­prio quando sembrava fossi arrivato a una conclusione, ho raggiunto la consapevolezza che il racconto sa­reb­be sta­to davvero ef­fi­ca­ce en­tran­do nelle ca­se ab­ban­do­nate e con un ap­proc­cio stilistico completamente diverso. In effetti questo momento ha determinato la fine di Tem­po­rary? Land­sca­pes, al pun­to da non considerare più pos­sibile la sua utilizzazione nel libro. Del resto se non ci fosse sta­ta qu­esta par­­te del progetto Aliqual non a­vreb­be mai vi­sto la lu­ce”.

Aliqual è un racconto fo­tografico ed è molto di più, come è strutturato e qu­ale il senso che hai voluto produrre? Cosa significa Ali­qual?

“Quando si ripete una pa­rola all’infinito questa parola assume un altro si­gnifi­cato. Aliqual è la storpiatura del nome L’Aquila ma è an­che il nome di una città pa­rallela a quella che tutti co­noscevano, dove il caos è tal­mente radicato da trasformarsi in ordine, do­ve si de­li­neano forme geometriche inaspettate. Ali­qual non è solo un racconto fotografi­co, è una me­tafora in cui L’A­qui­la e la sua condizione di abbandono lasciano spa­zio a ri­flessioni più pro­fon­de, non necessariamente le­gate a quello che viene de­scritto. Aliqual forse non è neanche più fotografia, è qualcosa che trascende l’i­dea classica che abbiamo di questo mez­zo espressivo”.

Racconti di un “equilibrio instabile”, cosa vuoi significare?

“In questo ‘caos ordinato’ tutto sembra reggersi in un equilibrio apparentemente instabile. In realtà c’è una stabilità ma è del tutto inaspettata. Ha tutto molto a che fare con la real­tà dell’universo dove tutto nasce e muore, tutto muta ma rimane sempre come prima. Ha a che fare con un’idea di­versa della vita e della mor­te. Non esiste una fine ma solo un di­verso equilibrio”.

Hai scelto di indagare zone di ombra, ti sei concentrato sul centro storico de L’Aquila. Come è stato at­tra­versare questo confine, metaforicamente e fisicamente?

“Esistono confini fisici ma soprattutto mentali. Mi ri­cordo che a Fukushima c’ erano delle aree in cui co­me si oltrepassava una barriera si entrava in zona rossa contaminata. Basta­va fare un passo indietro e ci si trovava fuori pericolo, non av­eva ovviamente al­cun sen­so. Nel centro storico de L’Aquila non esiste più alcun confine. Non esiste più distinzione tra ricco e povero, pubblico e privato, tra passato e fu­tu­ro, le­cito e illecito. È una sor­­ta di porto franco, una zona d’ ombra in cui è possibile in­dagare con maggiore pro­fondità sulla condizione uma­na”.

Quali difficoltà hai in­contrato nella tua indagine sul campo? Quali le soddisfazioni o le inaspettate sor­prese, se ci sono state?

“Le vere difficoltà le ho in­contrate nel cercare di ca­pire come raccontare in ma­niera adeguata una real­tà complessa come quel­la a­qui­lana. La soddisfazione è sta­ta quella di avere a che fare con persone stupende che mi hanno aiutato, sostenuto, senza mai farsi do­man­de, con il massimo ri­spetto, che si sforzano di vi­vere normalmente in uno sta­to di so­spen­sione”.

Come gli oggetti e le co­se possono raccontare la vi­ta?

“Gli oggetti, le cose, gli am­­bienti sono espressione delle vite che hanno incontrato. Non esiste mai una se­parazione tra uomo e am­biente, tra materie e spirito. Solo noi occidentali siamo abituati a creare qu­esta scissione. Gli ambienti raccontano a sufficienza, ci spingono a immaginare le persone che li abitano o li hanno abitati. Ci aiutano a rendere la fotografia evocativa come la scrittura”.

Il progetto fotografico è durato 6 anni, come hai vis­to cambiare la città o co­me l’hai vista restare fis­sa e identica a se stessa?

“L’idea che gli aquilani a­dulti hanno della loro cit­tà e di come la rivorrebbero è chia­ra. L’Aquila è cambiata totalmente ma vogliono che torni come pri­ma, come è successo nel passato quando gli abitanti dopo il terremoto se la so­no ricostruita da soli e identica. Hanno cercato di resettare le me­morie, di de­centralizzare le persone ma il legame con la terra è qualcosa di ancestrale che rimane nel Dna. Le nuo­ve generazioni avranno un’i­dea del­la loro città lontana da quella che appartiene a secoli di storia, quest’idea mi ha ge­nerato spesso in­quie­tudine”.

Sei in mostra a Milano fi­no al 31 ottobre, E’ prevista una tappa a L’A­quila?

“Senz’altro. Non so ancora in quale forma ma Ali­qual non può fare a meno de L’A­q­uila”.


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