Maurizio Indirli, l’ingegnere dell’Enea che fa “rimbalzare” il sisma


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di MARINA MORETTI

Il problema se lo era posto anche Leonardo ma, per una volta, non è stato il primo. Dall’excursus sulla sicurezza abitativa pubblicato dall’Enea e realizzato dalla professoressa Emanuela Guidoboni si evince chiaramente come di prevenzione sismica si parlasse ben prima del genio di Vinci, da Aristotele a Plinio il vecchio.

Le ricerche storiche sui terremoti in Italia hanno messo in luce anche la variabilità del concetto di sicurezza abitativa. La teoria aristotelica che attribuiva il moto sismico alla pressione di venti sotterranei spinse ad immaginare contromisure curiose come pozzi, sfiatatoi o aperture profonde a lato delle costruzioni. Nel medioevo la precarietà della vita quotidiana induceva ad accettare calamità come il terremoto in chiave spirituale. Nei secoli successivi furono adottati diversi sistemi per rinforzare i grandi edifici pubblici, mentre le più modeste case private, realizzate in maniera artigianale, rimanevano estremamente vulnerabili. Fino alla fine del ‘400 si andò avanti per ipotesi e tentativi. Leonardo da Vinci puntava ad aumentare la resistenza degli edifici rafforzando le mura e inserendo travi incardinate nelle pareti portanti.

La vera svolta arrivò nel ‘500 con Pirro Ligorio (1513–1583). Ligorio progettò la prima casa antisismica nel 1571, dopo il forte terremoto che l’anno prima aveva colpito Ferrara. Non si trattò di un mero intervento di rafforzamento adottato a seguito di danni subiti, ma un vero e proprio progetto sismo-resistente per un edificio da realizzare ex novo. Di fatto, è il primo esempio di prevenzione sismica in edilizia. Il ‘600 fu un secolo di grandi disastri sismici: magnitudo superiore a 6 si ebbero in Calabria, nella Marsica, nell’Appennino Romagnolo, nell’area del Sannio, nella Sicilia orientale, in Irpinia e in Veneto. Il Settecento si aprì con la lunga e violenta crisi sismica iniziata in Umbria nel settembre 1702 e proseguita nell’aquilano tra gennaio e febbraio 1703.

Si avviarono nuove riflessioni su come irrobustire le case, ma ci volle un altro cataclisma (Umbria 1751) perché si ipotizzassero nuove tecniche edilizie. In un trattato dell’epoca si parlava di rendere più “solidali” i muri delle case attraverso concatenazioni particolari delle strutture lignee dei solai e delle capriate. Dopo il forte sisma che colpì la Calabria nel 1783 si progettò un nuovo tipo di casa, detta “baraccata”: una struttura lignea a traliccio riempita di materiali leggeri (tipo terra cruda e paglia). Molte baraccate superarono quasi indenni il terremoto di Messina del 1908 (magnitudo 7.2).

Maurizio Indirli
Maurizio Indirli

Questo modo di costruire era già diffuso anticamente nell’area mediterranea (anche a Pompei), ma l’ingegneria settecentesca lo perfezionò in chiave più moderna. Alla fine del ‘700, per ottenere maggiore sicurezza abitativa, gli urbanisti proponevano forme nuove e regolari e larghe strade ortogonali. Da questi sintetici cenni appare evidente come, in materia di terremoti, la prevenzione abbia radici antiche, purtroppo non sufficienti per salvare tutti. Nel 1781 un forte evento tellurico colpì la bassa Romagna; un nobiluomo di Faenza, nel suo diario, ringraziò il Signore “perché con il terremoto hai colpito solo le persone dappoco e hai protetto i possidenti”. Per quanto disprezzabile e cinica, la considerazione evidenzia quanto la sicurezza abitativa sia legata alle possibilità economiche. Difendersi dai terremoti era ed è ancora un obiettivo ostacolato da fattori diversi: economici, culturali e sociali. Sapere non significa provvedere, anche se le tecnologie per proteggersi sono già note. Lo conferma Maurizio Indirli, veneto, ingegnere dell’Enea (Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile), specializzato nella prevenzione sismica del patrimonio culturale e degli impianti nucleari e industriali. Indirli, tra le altre cose, si è occupato del restauro in chiave antisismica della basilica di San Francesco di Assisi e del piano di ricostruzione di Arsita dopo il sisma del 2009.

“Abbiamo già tecniche e modalità per ricostruire i nostri centri storici negli stessi luoghi, eccetto casi particolari come aree in frana o soggette a alluvione. L’Italia è tutta sismica, non è pensabile spostare popolazione e paesi altrove. Edificando correttamente anche noi possiamo resistere a terremoti di magnitudo significativa, come avviene in Giappone o in California. All’Enea lavoriamo da trent’anni su tecniche – per esempio l’isolamento sismico – che permettono la salvaguardia del contenitore e del contenuto. E’ importante però che, in fase di costruzione, non si facciano interventi settoriali: le misure antincendio, quelle antisismiche e la progettazione a risparmio energetico devono fare parte di un unico progetto, l’edificazione va affrontata in maniera multidisciplinare. Esiste un concetto, oggi di moda in vari ambiti, ma essenziale nel nostro settore: parlo della resilienza, ossia la capacità di resistere ad una catastrofe “rimbalzando” il colpo. Per affrontare il sisma in relazione alla località e alla comunità dobbiamo puntare sull’incremento della resilienza strutturale e pensare ai piani di mitigazione prima che il fenomeno arrivi. E quando il sisma ha già distrutto dobbiamo sfruttare l’occasione per ricostruire in maniera adeguata. Certo, nelle città d’arte come L’Aquila il processo è lungo e complesso, ma credo che oggi si sia finalmente cambiato passo”.

In definitiva, più che alla previsione dei terremoti (che ben poco aggiunge in un Paese come l’Italia) dovremmo concentrarci sulla prevenzione dei danni. L’Abruzzo è territorio sismico, punto e basta. Tra il rischio basso di Pescara e quello alto di Avezzano c’è una gamma intermedia tutt’altro che innocua, ed è proprio quella che ha distrutto L’Aquila.