A bordo del San Pietro mentre tira il fortunale


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di LINO MANOCCHIA

Le paranze, i saliscendi, i sandolini, i motopescherecci, la vita, la morte, la resurrezione del porto, l’Adriatico impazzito, sono le memorie che Lino Manocchia, giornalista italo-americano (nativo di Giulianova) conserva con naturale gelosia, e che ha scritto, sui quotidiani, col piglio del giornalista d’attacco.

“Sono i ricordi più belli” dice “che ti portano indietro di cento anni e ti ripresentano il lungomare, il Kursaal, le simpatiche ragazze delle scuole industriali, i turisti, le serenate a stupende signore”. Fanno parte del “palmares” giornalistico di Lino. Sì, anche un viaggio a bordo del “San Pietro” mentre tira il fortunale. Ecco, questo è il titolo di un suo lucido ed emotivo reportage dal peschereccio, scritto mentre navigava sull’Adriatico. Grazie alla fraterna amicizia, “l’intramontabile” scrittore giuliese ci ha concesso la partecipazione al concorso A.L.I.A.S di questo stralcio giornalistico. Cosa che facciamo con vivo piacere.

Si salpa. L’argano sveglia la catena che stride, sale, s’aggomitola. Ci si stacca dall’ormeggio. Si doppia la punta del molo, mentre le macchine prendono ad ansimare che fanno pena: sembrano già stanche. L’Adriatico è impazzito. Pazzo il mare, pazze le onde che rifioriscono di spumante, pazzi l’ossigeno l’idrogeno ed il cloruro di sodio. E chissà come quei poveri pesci se la caveranno in un inferno del genere. Da prua, il capobarca, Umberto Palestini, intabarrato nel nero impermeabile, mi chiama. Con un gesto mi indica la nostra città che si fa sempre più piccola, mentre una pioggia fine, insistente che penetra nelle ossa, comincia a cadere. Il vento rovescia le sue raffiche furiose, urla e geme come un motore a gas e quando incontra qualcuno l’ingroppa, trapassa i vestiti, s’infila nei pertugi, anche se sei geloso, ti spoglia. Il vecchio capitano mi porge un paio di limoni che spremo nella bocca, contro il mal di mare. Quando è freddo così, i limoni sanno di raschiatura d’alluminio, ma fanno bene. A quattro miglia dalla costa le reti sono già calate, stanno giù sottobordo.

A bordo del San Pietro
A bordo del San Pietro

L’acqua ribolle un po’, la spuma galleggia, poi fugge con le onde che si susseguono incessanti e nervose. “Così tireremo” – mi dice padron Palestini – “per un paio d’ore”… Poi rovesciano il “sacco”, lì, sulla tolda, come uno scrigno sovrannaturale. E sembra il parto fulgente del mare. Il grigio del merluzzo, il rosso argenteo delle triglie, frammisto alle alghe ed i granchi, tutto come un cuore in tumulto.

Il cuore della profondità che freme e stormisce come una spirante divinità boschereccia. Ma il marinaio non è un poeta. Con flemma quasi meccanica affonda le mani in quel tesoro, quelle mani che stringono gli ultimi aneliti di tante vite e con matematica cadenza, sceglie, vaglia e suddivide quella che per lui è la “merce”. Pian piano i palpiti si spengono in sussulti e fremiti spasmodici, e il tesoro si placa, qualche merluzzo spalanca qua e la ancora una volta la sua bocca nera nelle ultime convulsioni. E non mi sembra più il parto del mare, così senza vita.

Un brodetto alla marinara è sempre una specialità che vale la pena di gustare. E in mezzo a tanta giovialità marinaresca, fra il vino rosso ed il pane nero, fra i brindisi e le risate, ho mangiato anch’io il brodetto con le mani, così, succhiando le teste e le spine, intingendo il pane nel sughetto rosso e stuzzicante di zenzero. E il tempo trascorre lento e uggioso, il freddo intirizzisce le membra e imbalsama il pensiero. I marinai eseguono le loro manovre come se il vento non spirasse per loro, come se l’Adriatico non fosse pazzo. Quando si assiste ad un simile spettacolo, con un simile cuore, si deve credere innegabilmente che la febbre costoro ce l’abbiano nel sangue e che nessuna forza bruta potrà spegnere quel fluido pasciuto di aria e di salsedine. E di alghe marine.

E’ il vespero. Per me questo è il tramonto straordinario di una giornata di bellezza. Ma per il marinaio è il tramonto come un altro. Perché domani egli riprenderà la sua crociera laboriosa e dopodomani ancora e forse sempre fino a che le ossa pregne di salsedine non lo lasceranno a terra a rimirare il battello che si stacca dal molo col suo motore che ansita e fa pena e allora lo prenderà un accoramento, una nostalgia, rimpianto velato. E come Narciso si rivedrà giovane dalle sode braccia muscolose e dai piedi nudi. Sempre saturi d’acqua marina. E non saprà fare a meno di irritarsi, povero vecchio, se il giovane figlio lancerà lento il cavo d’ormeggio o se un giovane allievo bordeggerà di fianco i marosi. I giovani che lo sanno, lasceranno che egli dica: “Eh!… ai tempi miei”…

Il porto si profila sempre più nitido e vicino. Allora il capitano si stacca dagli strumenti di bordo e… “Bravo, niente mal di mare” – mi dice e mi stringe la mano – “la prova del fuoco è stata superata”.

“Grazie ai limoni” dico io. E chiedo: Quanta pesca il San Pietro per la crociera?

“Dipende, dai 25 ai 30 quintali di pesce. Dipende dalla zona e dal tempo”.

Quanti cavalli motori ha questo levriero?

“Centoventi. E l’equipaggio è fedele e lavora con volontà”.

Siamo all’imboccatura del porto. Mi lascia per eseguire la difficile manovra. Il battello destreggia splendidamente ed in breve ci troviamo tra i due moli. L’ancora cade in acqua con un tonfo cupo mentre le macchine, a regime minimo, spruzzano le ultime gocce di nafta. Vari marinai saltano a bordo, i proprietari, padron Ercole e soci, si congratulano col Capitano e s’intrattengono con i reduci della pesca. Mi trovo spaesato perché nessuno pensa a me. Gente rude, questa del mare, gente speciale, tutta una razza a se che passa dalla giovialità più semplice e spontanea alla noncuranza più completa.

Scendo dalla banchina che gli operai stanno ricostruendo e guardo lassù, Giulianova sulla verde collina cosparsa ancora di un lieve manto di neve. E sento una velata nostalgia della casa, di una casa che non balli sulle onde e non sappia di salsedine e di alghe marine. Di casa mia.